San Gemolo
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La Tradizione di Uboldo

Ad Uboldo, patria dei briganti che martirizzarono Gemolo, sopravvive da 1000 anni una tradizione orale che segue le vicende del Rosso e dei suoi compagni dopo l'omicidio.

Questo racconto, troppo superficialmente degradato a leggenda, è invece capace di illuminare di nuova luce le vicende di Gemolo e di consegnare definitivamente la sua avventura terrena alla storia.

Vediamo perchè.

Chiunque legga il Manoscritto dei Nati o il Goffredo da Bussero viene colpito da alcune osservazioni:

1 - Non si sa nulla del vescovo. Non il suo nome o la sua provenienza. Si sa solo che sta andando a Roma, e lo si sa perchè è lo stesso Gemolo a spiegarlo ai ladri.

2 - Non si sa nulla di Gemolo, salvo il suo nome e il fatto che sia il nipote del vescovo.

3 - Non si sa nulla del compagno di Gemolo, nemmeno il nome. Si sa solo dove va a morire: a Bosto.

Ora se, come molti vogliono farci credere, le circostanze del martirio di Gemolo fossero solo un'invenzione monastica tardiva per valorizzare e nobilitare la fondazione del monastero tutte queste lacune sarebbero state colmate.

Si sarebbe ampiamente parlato del vescovo, si sarebbe inventata una precedente santa vita di Gemolo, talmente santa da portarlo in carrozza al martirio, una vita che avrebbe profetizzato la sua fine gloriosa. Invece niente, buio completo.

Al contrario si hanno molte informazioni su altri argomenti:

1 - Si conosce bene il luogo dove si accampò il vescovo: certi prati della Valmarchirolo nel territorio di Arcisate.

2 - Si conosce l'inventario della refurtiva: un cavallo e diverse supellettili sottratte alla tenda del vescovo.

3 - Si conosce moltissimo dei ladri: sono tre, i loro cognomi rivelano la provenienza da Uboldo, uno di loro si fa chiamare Il Rosso.

4 - Si conosce il luogo in cui si compie il martirio: presso una sorgente oltre il fiume Margorabbia che poi sarà chiamata di S.Gemolo

5 - Si conoscono frammenti del dialogo tra il Rosso e Gemolo e il tono con cui Gemolo parlava

6 - Si conosce la modalità del martirio e il parapiglia che ne è seguito.

Si tratta di informazioni dettagliate che fanno supporre la presenza di un testimone diretto che conosce bene come si sono svolti i fatti. Ma chi? Gli attori dell'episodio finale sono solo cinque: Gemolo, Imerio, il Rosso e altri due ladri.

Riesaminando l'inventario delle informazioni note emerge immediatamente l'identità del testimone: è un racconto fatto dal punto di vista dei ladri.

Solo loro sono sopravvissuti per raccontare. Loro sanno precisamente del luogo del furto, della sua entità, del posto dove vengono scoperti; loro sanno i dettagli di quello che è accaduto e di quello che si è detto negli attimi cruciali.

Loro non possono sapere nulla del vescovo, che è solo il bersaglio casuale di una notte di scorribande; loro non sanno nulla della vita precedente di Gemolo, chi sia, cosa faccia e da dove venga: sanno solo il suo nome perchè è lui stesso a rivelarlo, sanno che è un soldato perchè è vestito come tale e nient'altro.

E' evidente dunque che il racconto a noi tramandato del martirio di San Gemolo è il racconto che i suoi stessi assassini ne hanno fatto, perlomeno fino al momento del martirio.

La fonte primaria delle notizie sono gli stessi omicidi, i testimoni più testimoni che si possano immaginare, i più vicini, coloro che hanno visto con i propri occhi.

E' molto probabile quindi che dietro i documenti scritti a noi pervenuti ci sia una precedente fonte (scritta od orale) riconducibile direttamente alla testimonianza originaria dei tre assassini.

Dall'uccisione in poi (verosimilmente i ladri sono scappati via) il racconto prende i connotati della leggenda agiografica. Ma prima no. La prima parte risente di una testimonianza diretta.

Non più leggenda dunque, ma storia raccontata da testimoni oculari.

Ma ecco la tradizione orale di Uboldo:

Si dice che Gemolo, dopo essere tornato dallo zio vescovo, abbia chiesto prima di morire il perdono per i suoi assassini e invocato la protezione per tutti i cittadini di Uboldo.

I tre malviventi, una volta scappati dal luogo dell'omicidio, ritornarono alle loro case ma furono presi dal rimorso per quanto avevano compiuto.

Il Rosso vide in sogno San Gemolo che lo invitava a pentirsi e a cambiare vita.

Così fece e prese ad esortare i vecchi compagni, ed altri briganti di sua conoscenza, a seguire il suo esempio. In molti, per le sue parole, si convertirono e cambiarono vita.

Questa tradizione può essere considerata un banale espediente per lavare la coscienza collettiva di una popolazione che rischiava di essere ricordata e identificata solo a motivo della crudeltà di alcuni suoi membri... e, in effetti, può essere anche così.

Non è però affatto insolito trovare nella storia della chiesa assassini pentiti che si sono poi trasformati nei migliori testimoni della santità della loro stessa vittima.

Il primo che si ricordi è Longino, il soldato romano che trafisse il costato di Gesù e che poi divenne cristiano e santo.

Uno degli ultimi è Alessandro Serenelli, l'assassino di Santa Maria Goretti, che dopo aver scontato la sua pena in carcere divenne fratello francescano e passò tutta la vita a testimoniare la santità della sua vittima.

A questo proposito è interessante notare come, durante il processo di beatificazione, la testimonianza chiave fu proprio quella del Serenelli che ricordando le parole di Maria Goretti che accettava la morte 'per amore di Dio' (le stesse parole di Gemolo) permise di considerare quell'episodio un martirio e non un semplice fatto di cronaca nera.

 

 

 

 

 

Immagini

Affresco della fine del 1400 presente nella prima campata di destra della Badia di Ganna.